Nel luglio 2025 la casa editrice torinese, Il Leone Verde, ha pubblicato “Falafel al parco” dello scrittore libanese Samah Idriss, con la traduzione di Enrica Battista e Mariagrazia Decente.
Apparso la prima volta nel 2011 per Dar Al-Adab con il titolo “Falafel degli sfollati” [Falafel al-Nazihin], il testo è un romanzo breve ambientato tra giugno e ottobre del 2006 in Libano, più precisamente tra Beirut e le città del sud.
Sullo sfondo l’invasione e i bombardamenti israeliani su vasta scala che colpirono città e villaggi libanesi, provocando la morte di circa 1.000–1.200 libanesi, in larga maggioranza civili, e circa un milione di sfollati (1) .
In “Falafel al parco” emerge l’abilità di Idriss nel comporre un romanzo sulla guerra e la distruzione con uno stile adatto ai giovani lettori. Lo scopo dell’autore è proprio quello di parlare agli adolescenti di questi temi senza traumatizzarli. In realtà, il racconto va ben oltre perché contribuisce a decostruire rappresentazioni semplificate e stereotipate delle società arabe diffuse nel discorso mediatico occidentale offrendo una contro-narrazione rispetto a quelle omogeneizzanti dell’alterità araba.
Sin dalle prime pagine, la traduzione italiana dell’opera di Idriss consente ai nostri giovani lettori di entrare in contatto con una rappresentazione plurale e quotidiana della società libanese, attraverso lo sguardo e la voce della loro coetanea Warda. Il breve romanzo ruota attorno a una piccola famiglia composta dai genitori Adnan e Jocelyne e dai loro figli Warda e Rami, seguendo le loro esperienze durante e dopo la guerra del luglio 2006 in Libano.
La scelta stilistica di affidare il racconto a più voci narranti cattura l’attenzione sui personaggi, anche quando essi sono animali o personaggi non umani. Le voci del bambino e della sorella adolescente fanno di quest’opera uno strumento funzionale per avvicinare i nostri ragazzi alla realtà del mondo arabo.
Il romanzo mostra una società libanese complessa, sintetizzata dai vari aspetti che emergono da questo nucleo familiare. Il matrimonio misto dei genitori (lei cristiana e lui musulmano) rimanda alla convivenza interreligiosa della società libanese mentre le tensioni familiari sono una metafora di quelle sociali tra modernità e tradizione. La speranza verso un futuro migliore nonostante i conflitti e le guerre non scivola mai nella normalizzazione dei conflitti. I vari personaggi sono ben consapevoli della minaccia politica e storica data dall’avere un paese vicino sempre pronto a invadere i paesi confinanti. Le esperienze raccontate dalle varie voci descrivono la guerra non come un fatto normale ma come una catastrofe a cui non ci si abitua ma alla quale bisogna reagire.
L’attivismo dei genitori che coinvolgono i figli nel portare aiuto ai rifugiati interni che scappano dai bombardamenti è una forma di reazione.
La guerra è presente, ma accanto a essa troviamo relazioni, emozioni, conflitti generazionali che restituiscono umanità e stratificazione sociale alla storia. E se grazie a Warda si mettono in luce aspetti tipici dell’adolescenza (le prime cotte, la solitudine e l’insicurezza), la voce della mamma Jocelyne richiama i giovani lettori al ruolo della donna, non solo nella società libanese. Idriss le affida la consapevolezza dell’importanza della solidarietà femminile alla base del femminismo e della lotta per i diritti delle donne, una solidarietà capace di superare i distacchi generazionali tra nonna, mamma e figlia. Ed è sempre lei che si ribella allo sfruttamento della manodopera femminile rifiutandosi di assumere donne immigrate sottopagate. Tema, questo, su cui molte giornaliste in Libano hanno condotto inchieste coraggiose e denunciato il sistema di sfruttamento del lavoro domestico. Il romanzo, con un linguaggio semplice, affronta queste tematiche adulte con delicatezza − o addirittura con ironia − come quando a narrare sono il cane Saydun o il peluche Buffi.
La lettura del libro mi ha riportato indietro con la memoria a quando, durante la guerra in Libano del 2006, partecipai ai vari presidi organizzati a Venezia per denunciare i massacri dei civili libanesi. Alla fine di luglio l’aviazione israeliana aveva bombardato un palazzo a Cana, nel sud del Libano (secondo la tradizione cristiana Cana è il luogo del primo miracolo di Cristo). Le vittime furono 51 tra cui 27 bambini. A quel presidio in un campo di Venezia erano presenti famiglie libanesi e arabe con i loro bambini che chiedevano il cessate il fuoco e corridoi umanitari per i civili.
Leggendo il romanzo di Idriss ho ricordato lo spazio di Campo San Geremia dove si svolse il presidio veneziano e mi è venuto spontaneo associarlo ai tanti, troppi presidi organizzati dal 2006 ad oggi per denunciare le stragi dei civili di attacchi colonialisti ai danni di molti paesi arabi. Ma c’è uno spazio che deve catturare la nostra attenzione come lettori di questo romanzo: il parco di Sanayeh a Beirut dove si riversarono i rifugiati dalle zone dei bombardamenti e che l’autore descrive portandoci dentro un’umanità disperata che difende il diritto a sperare e a resistere con dignità.
Le guerre stravolgono ogni aspetto della vita quotidiana, distruggono luoghi e annientano persone e animali. I rifugiati e i sopravvissuti non sono effetti collaterali di strategie politiche, non sono numeri. Sono persone. Potremmo essere noi. L’abilità di Samah Idriss sta nell’incoraggiare, con questa sua opera, i giovani alla solidarietà, all’empatia e al senso di responsabilità verso chi è in difficoltà. Aver tradotto un testo del genere per i nostri ragazzi significa offrire strumenti precoci di comprensione interculturale, prima che si consolidino pericolosi stereotipi come il richiamo al dovere di combattere e a uno scontro di civiltà, triste invenzione dei signori delle guerre.
(1) I bombardamenti e l’invasione terrestre dell’esercito israeliano furono la risposta alla cattura da parte di Hezbollah di due soldati israeliani e all’uccisione di altri. L’ escalation che ne seguì fu tale che determinò lo stravolgimento di intere città libanesi.
Per ARABOOK Pina Fioretti

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