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HO DENTRO DI ME UN MILIONE D’USIGNOLI Mahmoud Darwish, 85 anni dopo

 

Mahmoud Darwish, il “poeta nazionale della Palestina” e uno dei maggiori intellettuali dell’età contemporanea, nasceva il 13 marzo 1941 nel villaggio di al-Birwa. 

A ottantacinque anni dalla sua nascita, ricordare Mahmoud Darwish e riflettere sulla sua parola letteraria risulta ancora necessario non solo perché esempio di un’indimenticabile abilità linguistica che si è manifestata in forme che hanno spaziato dalla poesia alla prosa, ma anche come gesto volontario di memoria collettiva.

Per celebrarne il messaggio letterario e comprendere l’intensità del valore storico, linguistico e formale che Darwish tutt’oggi rappresenta, ci siamo rivolte alle sue traduttrici e ai suoi traduttori in lingua italiana. 

 

Se la neutralità non è un’opzione possibile nella scrittura di Darwish, le traduttrici e i traduttori hanno concordato unanimi che nemmeno la pratica di traduzione può essere una “semplice equivalenza linguistica” come ci hanno detto Sana Darghmouni. Entrare nella lingua di questo poeta e renderlo accessibile a un nuovo pubblico significa, quindi, entrare in un “ritmo di pensiero” poiché la sua poesia rappresenta “una stratificazione culturale e simbolica che nasce dall’arabo e dalla storia palestinese che deve trovare un respiro nella lingua italiana senza perdere la sua intensità originaria,” ha spiegato inoltre Alessandra Amorello. 

In questo senso, il processo traduttivo è sospinto da una forza al contempo interpretativa e trasformativa, in bilico tra la fedeltà al testo originale e la creazione di nuovi significati che siano in grado di restituirne la vastità lirica e simbolica nella lingua d’arrivo. “Tradurre [Darwish] senza tenere presente la complessità di questa figura unica nel panorama arabo e il senso di responsabilità etica ed estetica a cui si è chiamati,” ha aggiunto Simone Sibilio, “significa tradire in partenza la sua parola”. 

 

 

Confrontarsi con un mondo linguistico in cui identità, memoria, storia e politica coincidono in maniera così armoniosa pone anche la difficoltà di doversi confrontare con l'intraducibilità di alcuni fenomeni, ha sottolineato Darghmouni, in cui il processo traduttivo risulta come una vera e propria “tensione tra fedeltà e trasformazione”.

Ha riflettuto con noi Ramona Ciucani che tradurre “maestri di parole e di pensiero” come Mahmoud Darwish “innesca illuminazioni e riflessioni stimolanti che continuano oltre il lavoro traduttivo e accendono la scintilla di uno studio avido a tutto campo sull’opera dell’autore.”

 

Oltre l’innegabile capacità formale e simbolica, il valore della poesia di Darwish risiede nella capacità di coniugare organicamente l’esperienza personale con quella collettiva, rendendo udibile la voce del popolo palestinese al di là dei confini della sua terra.

 

I traduttori che si sono confrontati con l’arabo di Darwish hanno sottolineato come il perfetto equilibrio tra il carattere fortemente politico della sua poesia sia affiancato a una musicalità basata sulla ricchezza linguistica, il ritmo e la ripetizione, facendo emergere il poeta palestinese come quella che Sibilio ha definito “una voce sopraffina della lirica contemporanea, capace di incidere il suo nome nell’alveo dei grandi poeti della storia, il cui primo luogo di residenza è ‘la lingua’.”

 

 Come ha sottolineato Darghmouni, inoltre, la produzione letteraria di Darwish è stata in grado di assumere una portata universale che ha trasceso la specificità geografica, rappresentando per intere generazioni di poeti “un punto di riferimento fondamentale: da un lato come simbolo culturale e letterario della Palestina, dall’altro come autore capace di inserirsi pienamente nel canone della poesia mondiale, grazie alla profondità tematica e alla forza estetica della sua opera.”

 

In questo senso, Alessandra Amorello ha parlato della poesia di Darwish come “patrimonio della poesia contemporanea” perché ha dimostrato che la parola poetica possa “custodire la memoria di un popolo e, nello stesso tempo, aprire uno spazio di dialogo globale.” 

 

“Le sue esortazioni alla giustizia e al dialogo, gli appelli alla responsabilità, i commenti caustici sulla stupidità della guerra e della costruzione di un nemico mancano molto a tutti in questo periodo di conflitti perpetui”, ha risposto Ciucani.  

 

L’esperienza delle traduttrici che si sono confrontate con altre lingue di partenza come l’inglese per Pina Piccolo o l’ebraico per Francesca Gorgoni dimostra come i grandi temi sulla guerra, sul dolore e sulla perdita della patria abbiano in effetti trovato in Darwish una vocazione universalizzante in grado di esplorare non solo la condizione palestinese, ma quella dell’umanita intera.

“Da studiosa del mondo ebraico, si è compiuta un’esperienza quasi allucinatoria. Questi temi della letteratura in stato di esilio, da sempre cari alla cultura ebraica, erano qui impiegati [...] per descrivere la nakba e l’esilio del popolo palestinese. Tradurre Darwish è stato [...] del tutto straniante”, ha detto Gorgoni

 

Anche Pina Piccolo, che nel suo lavoro si muove nell’ambito della traduzione transnazionale e non legata agli studi di arabistica, ha affermato che dalla lingua di Darwish trapeli un universale “anelito per la libertà e un mondo più equo.” 

 

Oggi come ottantacinque anni fa, l'immortalità dei versi di Darwish è comprovata dalla moltitudine di significati e dai valori che, come le sue traduttrici e traduttori hanno sottolineato, la sua scrittura è capace tutt’ora di donarci. 

Dentro di lui - scriveva Darwish - vi erano un milione di usignoli, grazie ai quali ha trovato altrettanti modi di cantare la canzone del suo popolo e in cui il dolore personale e collettivo possono essere rielaborati in maniera sempre inedita.

 

Ringraziamo Alessandra Amorello, Ramona Ciucani, Sana Darghmouni, Francesca Gorgoni, Pina Piccolo e Simone Sibilio per le preziosissime riflessioni che hanno condiviso con noi per la realizzazione di questo articolo.

 

Articolo di Giulia Garau

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Commenti: 1
  • #1

    René Char (domenica, 15 marzo 2026 20:22)

    Articolo doveroso e necessario. Peccato solo che l'autrice si sia dimenticata dell'unica traduttrice palestinese di Darwish, di Gaza, di cui recentemente abbiamo ripubblicato in una traduzione rivista, "Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? , di Mahmud Darwish, a cura di Lucy Ladikoff Guasto, Edizioni degli Animali, 2024 e delle meritevoli Edizioni Q di Wasim Dahmash
    Cordiali saluti
    Riccardo Corsi

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